Un viaggio chiamato amore

Pubblicato il 20 Dic 2012 in Biografico

UnviaggiochiamatoamoreSiamo nel 1916. Sibilla Aleramo, pseudonimo di Rina Faccio, scrittrice, pasionaria e femminista ante litteram, si innamora di Dino Campana, giovane poeta “sopra la media”, come dicono critici dell’epoca leggendo le sue poesie. Quando i due si incontrano l’amore viene ribadito con passione e persino violenza. Dalle sue parti Dino viene chiamato “il matto”, vox populi ahimè credibile, se è vero che il poeta passerà gran parte della sua vita in manicomio, morendovi poi nel 1932. Ma nel biennio ’16/’17 i due vivono un amore intenso, distruttivo, fatto di poesia, sesso, fughe e ritorni (di lui), e anche botte. Con amici e famigliari che, di volta in volta, assistono. Di riflesso abbiamo l’istantanea della guerra, della cultura dell’epoca, che Campana odiava, e dell’ “intelligenza” fiorentina, che prevaleva. Chi conosce la storia di quel poeta maledetto sa che uno dei suoi massimi dolori fu il rapporto col pittore-scrittore Soffici (un altro fra i molti amanti della Aleramo). Campana gli mandò il manoscritto dei suoi Canti orfici, che venne smarrito. Doverli riscrivere compromise ulteriormente il suo equilibrio. Non si può che accogliere bene una storia fuori dagli schemi piccoli e grigi del movimento generale del cinema italiano. Bravo e accurato Placido nella ricostruzione di quel tempo, con quel tanto di “lirica” e di passione che si applica bene. Il regista va dritto per la sua strada, “cerca” il pubblico con l’esasperazione spettacolare dei sentimenti, ma è legittimo, è “cinema”. I protagonisti, si sa, sono bravi. La Morante vuol ribadire, come sempre, di essere toccata dalla grazia…

 

 

 

 

 

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