Tutti al mare

Pubblicato il 13 Mag 2014 in Commedia
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imm (5)Maurizio gestisce uno chalet balneare e una varia umanità in panciolle sotto il sole. Scaltro e qualunquista, è un proprietario generoso coi vip e compiacente coi tanti marescialli che chiudono un occhio e spalancano la bocca, consumando pasta e pastarelle. Testimone passivo e più spesso attivo di una fauna eterogenea, Maurizio sopporta un cognato cleptomane e smemorato, rigetta il malocchio di un cupo iettatore, soccorre un potenziale suicida invitandolo a morire due chioschi più avanti, è sedotto da una lesbica accanita, impressionato da un avventore con pappagallo e unghie laccate, vessato da una madre incontenibile, incalzato da un colonnello fascista, sorpreso da un cavallo senza fantino e da un fantino senza cavallo. Fuori intanto il mare avanza inesorabile divorando la spiaggia e restituendo al tramonto bastimenti di immigrati in cerca di un’alba.
Da qualche tempo è diffusa nel cinema italiano la tendenza a rifare il cinema italiano. Sequel, prequel, remake, citazionismo estremo o arrangiamento liberamente ispirato a, il nostro cinema guarda al passato e si specializza nell’esecuzione differente di uno stesso “pezzo”. Non è questa la sede per affrontare la questione del riadattamento e d’altra parte niente e nessuno vieta agli autori contemporanei di votarsi al confronto diretto con la tradizione. Ma un conto è farsi esegeta dell’opera di un maestro (valga ad esempio la relazione De Palma-Hitchcock) o ancora, per restare in Italia e scomodare Paolo Sorrentino, recuperare l’impegno politico e le novità del linguaggio di Petri e di Rosi per crearne uno proprio originalissimo e sorprendente, altro è proporre un soggetto edito come un semplice vezzo individuale. Nel qual caso sbandierare la ‘derivazione’ di un film da un testo più celebre può diventare un autogol. Quasi mai rifare un film significa dimostrare che era possibile farlo meglio e non era evidentemente questa l’idea di Matteo Cerami, figlio d’arte e del più celebre Vincenzo, che ha deciso di debuttare alla regia con una commedia idealmente ispirata e aggiornata al Casotto di Sergio Citti.
Amico,’consulente linguistico’ e collaboratore cinematografico di Pier Paolo Pasolini, Citti (rin)chiuse in una cabina balneare gli anni Settanta e una messe di frequentatori in costume, svelandone il malcostume e spogliandoli delle loro maschere. Trentaquattro anni dopo Vincenzo Cerami, già sceneggiatore del Casotto, rispolvera i ricordi, affila la penna e scrive col figlio e per il figlio Tutti al mare, commedia corale spiaggiata anche questa volta sul litorale laziale.
Stessa spiaggia, stesso mare, stesso sceneggiatore e stesso produttore ma risultato immancabilmente inferiore. E non perché il cinema di una volta fosse (per forza) migliore ma perché quello che rendeva speciale il film di Citti è la capacità di rappresentare la realtà non spiegandola ma interpretandola. Non bastano le ‘partecipazioni straordinarie’ di Ninetto Davoli e di Gigi Proietti e nemmeno le suggestioni remote di una sigaretta mai accesa a ricomporre il solare vitalismo di un narratore popolare, che muoveva da materiali autobiografici. Nello chalet di Castelporziano abitato dai drammi a tempo determinato e dall’Italia della precarizzazione selvaggia si affollano personaggi abbozzati, privi di sapienza umana, di estro filosofico e di soprassalti morali.
I Cerami falliscono il tentativo di riportare il cinema alla sua potenza originaria, vale a dire alla capacità di rendere in una veste nuova quello che già conoscevamo o ci illudevamo di conoscere. La mancanza di un originale istinto narrativo e di una scrittura ispirata produce una commedia preoccupata di rendersi comprensibile (il portafoglio ritrovato di Francesco Montanari) e schematica nell’impostazione narrativa e nel confronto tra le figure in campo. Figurine troppo scritte, troppo tipizzate, troppo stereotipate dentro l’inutilità del tempo balneare. Prevedibili e posticce come la parrucca di Ambra Angiolini, corpo ‘truccato’ che fa rimpiangere il campionario di umanità cittiano. Volti che si ingrandivano nel primo piano divorando una misera vita e lo spazio ristretto di un casotto. Fonte Trama

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