Senza Arte Ne Parte

Pubblicato il 18 Giu 2012 in Commedia

Il pastificio di Alfonso Tammaro, impresario arrogante e senza scrupoli, chiude i battenti davanti ai suoi operai per spalancarli su una fabbrica meccanizzata e all’avanguardia. Enzo, Carmine e Bandula, colleghi e amici accomunati dal licenziamento e dallo stesso destino precario, si concedono una rappresaglia a suon di musica. Dopo un’improduttiva ricerca di lavoro, i tre operai vengono reclutati dallo stesso Tammaro come custodi di una preziosa collezione di opere d’arte contemporanea. Consigliato dalla bionda consulente finanziaria, Tammaro ha deciso di investire sull’arte per ‘arrotondare’ e godere senza danno delle grazie della donna. Sconcertati dal valore delle opere di cui non comprendono il credito e per cui collezionisti privati sono disposti a spendere cifre da capogiro, Enzo, Carmine e Bandula decidono che le possono fare anche loro. Avviato il processo di falsificazione, finiranno presto in un gioco più grande di loro che li condurrà all’asta di una prestigiosa galleria romana.
Regista, ma prima ancora artista, creatore e scenografo, Giovanni Albanese torna dietro la macchina da presa dopo dieci anni e AAA Achille, commedia gentile sulla balbuzie che inciampava ad ogni parola. Ex balbuziente e convinto sostenitore della ‘manualità’ come strumento potente di espressione del sé, Albanese pratica di nuovo l’autobiografismo e l’arte, al servizio questa volta di una disfunzione sociale: il precariato. Come I soliti ignoti di Monicelli i protagonisti di Giovanni Albanese provano a mettere a segno il colpo del secolo ai danni di un ignorante rampante e alla faccia di facoltosi collezionisti. Persuasi molto presto dai ‘tagli’ di Fontana, dalle ‘michette’ caolinizzate di Manzoni e dai cavalli vivi in salotto di Kounellis che per essere artisti non è più indispensabile saper fare qualcosa, gli onesti falsari trasformano la propria vita in arte, quella di arrangiarsi. Muovendo dal concetto che l’arte contemporanea si fonda sull’idea piuttosto che sulla tecnica, il regista lascia che proprio la precarietà esistenziale dei protagonisti diventi soggetto artistico. Il dramma del licenziamento produce allora il gesto e l’azione, slatentizzando le loro emozioni e realizzando praticamente la loro dimensione immaginaria. Fuori dallo spazio convenzionale della tela e dentro un pastificio dismesso, idealmente prossimo al laboratorio creativo del logopedista Remo, i disoccupati del Salento riprodurranno oggetti d’arte concettuale e produrranno una loro idea di bello. Senza arte né parte confronta dialetticamente un ‘basso’ che si vuole sincero ed esplicito e un ‘alto’ che vive costituzionalmente dentro la finzione. Da una parte un mondo che lavora (o almeno lo vorrebbe tanto) e si confronta con le difficoltà della vita reale, dall’altra un mondo che la fugge e ripiega in case-museo. Da una parte ancora l’autoironia di chi non si prende troppo sul serio (Battiston-Salemme), dall’altra l’artificiosità di chi si va affermando (Paolo Sassanelli) o l’avidità del brutto affermato (Ninni Bruschetta).
Se il soggetto di Albanese-Perocco ha più di un merito, ad esempio quello di scoprire un territorio elitario e poco frequentato e di impegnare i suoi protagonisti nella creazione ‘materiale’ della loro esistenza, la regia non ha nessun interesse alla visione e la sceneggiatura (messa a punto da uno degli alfieri del rilancio della commedia italiana, Fabio Bonifacci) al solito sfodera buonismo e riconciliazione. Gli italiani brava gente e cuore in mano anche questa volta faranno quello che si deve: finanziare il viaggio aereo di un immigrato indiano e consolarsi con un brindisi di sciroppo di melograno. Si aggiunga in nota la presenza nel film del manifesto elettorale di Nichi Vendola, product placement (politico) e rappresentazione ideologica di un ‘bene’ di consumo. Parola di Andy Warhol…

 

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