Jesus Henry Christ

Pubblicato il 17 Ott 2012 in Commedia

Henry James Herman ha dieci anni ed è un bambino prodigio. Sua madre Patricia l’ha avuto in provetta da un donatore sconosciuto e l’ha cresciuto con amore e dedizione. Espulso dalla scuola per aver scritto un “Manifesto sulla natura della verità”, grazie alle proprie doti straordinarie, accede direttamente all’università. Nel frattempo, l’incontro con il suo possibile padre biologico, il professore universitario Slavkin O’Hara, è per Henry anche l’occasione d’incontro con l’ipotetica sorellastra Audrey, che odia il mondo e suo padre sopra ogni cosa. Da figlio unico e bambino solo, Henry si ritrova parte di una bizzarra famiglia allargata, in attesa della risposta del laboratorio analisi riguardo al ruolo di Slavkin.
Espansione di un cortometraggio omonimo del 2003 dello stesso Lee, vincitore dello Student Academy Award, Jesus Henry Christ version long playing è prodotto da Julia Roberts e interpretato da Toni Colette in un ruolo non troppo dissimile da quello che aveva in Little Miss Sunshine, titolo a cui questo film s’ispira abbastanza scopertamente. La confezione è estremamente curata, il cast straordinario – dai giovani Jason Spevack e Samantha Weinstein al vecchio Frank Moore (il migliore in assoluto), passando per Michael Sheen (sorta di scimmiottatura del Raleigh St. Clair di Bill Murray, a sua volta parodia del noto Oliver Sacks)- ma è tutto troppo costruito e obbediente alle regole della perfetta commedia indie per sorprendere o almeno emozionare davvero.
Al cuore della vicenda c’è un sintomo allarmante di una voglia di eccentricità per il gusto dell’eccentricità: Henry non è affatto il freak da amare nonostante tutto, non è il disadattato che grazie all’affetto dei compagni di strada imparerà a trovarsi “speciale” anziché “strano”, bensì, dall’inizio alla fine, Henry è un bambino dall’intelligenza eccezionale, buono di cuore e amato da tutti per questo. Quella di sua madre sì che è un’esistenza tragica, ma non occupa più del primo terzo di film.
Dentro una confezione abile e accattivante c’è dunque un prodotto meno sostanzioso e profondo di quello che eravamo portati a sperare, pieno zeppo di bellissime immagini e di graziose trovate di regia, ma povero di reale interesse. Sarebbe ora che un “Manifesto sulla natura della verità” guidasse anche gli sceneggiatori e i registi di questo genere (in espansione) di commedie americane, perché è evidente che siamo già alla maniera, all’emulazione, alla rincorsa dell’ultima moda…

 

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