Faccio un Salto All’ avana

Pubblicato il 06 Mar 2011 in Commedia

Fedele, giovane imprenditore romano, ha perso da sei anni il fratello maggiore, è ostaggio di una moglie instabile che lo tratta come oggetto di piacere e di riproduzione, e di un suocero facoltoso che vorrebbe soltanto liberarsi dei coniugi delle figlie. Quasi per caso la famiglia naïf di Fedele scoprirà che Vittorio, il fratello defunto, è vivo, in salute e ballerino in quel di Cuba. Sconvolto ma in fondo sollevato dalla lieta novella, Fedele partirà alla volta dell’Avana per chiedere al fratellone spiegazione e risarcimento morale. Ma una volta raggiunta l’isola niente andrà come previsto e un’ ‘alma’ graziosa e due bicchieri di rum basteranno a rinnegare patria e famiglia. Fedele ricomincerà da zero e dall’altra parte dell’oceano dentro l’abbraccio di una mujer cubana.
Ci risiamo. Faccio un salto all’Avana è l’ennesima commedia dell’italiano all’estero destinata a non lasciare alcuna traccia. Prendete un italiano-tipo, meglio ancora un romano-tipo, questa volta con molte virtù e pochi vizi (applauso alla novità), sradicatelo da Roma e precipitatelo in un luogo esotico e state a vedere cosa succede. L’interazione tra il connazionale e l’indigeno, ovvero l’interpretazione esaltata dell’altro da noi, non mancherà di determinare l’effetto comico. È davvero questa la rinnovata commedia all’italiana? Il cinema di cui andare fieri? Applicare sistematicamente uno degli espedienti narrativi più diffusi della commedia all’italiana degli anni Sessanta, senza averne tuttavia il carattere morale, è il massimo che i nostri autori riescano a concepire? Se il botteghino incoraggia le loro strategie industriali, l’oggetto in sé non sembra avvalorarne l’ottimismo. Abbozzata qualche vaga allusione sul carattere nazionale, Dario Baldi ripiega come suoi più navigati colleghi nella formula abusata degli “italiani brava gente”. Perché questo è l’esito a cui conduce la vicenda esotica del Fidel de ‘noantri’, che rinuncia a tutto e ritrova pace, prole e amore su una spiaggia cubana. E intanto l’Italia e la sua realtà sono sempre più lontane, geograficamente e idealmente scollate dai personaggi e dal loro agire che non abita nessun luogo. Dentro la neutralità dello sfondo, siamo a Cuba ma potremmo essere indifferentemente in crociera sul Nilo o alle Bahamas, si muove il consueto personaggio dall’estrazione sociale media traslocato nuovamente dal piccolo schermo.
Se Milano ha il Bisio del calcetto, contro le femmine e sempre benvenuto al Sud, la Puglia ha lo Zalone cantautore dei luoghi comuni dominanti, Roma gode dell’indubbio talento ed eclettismo di Enrico Brignano, sopravvissuto al cinema di Salemme e a quello dei Vanzina, sdoganato in Lombardia da Zelig e spalleggiato per l’occasione da un Francesco Pannofino spavaldo e fanfarone. Doppiatore di Clooney e superbo interprete di Boris, fiction e poi film in chiave satirica sulla produzione di televisione e cinema scadente ma di successo, Pannofino incarna con disinvoltura i tratti salienti del soggetto che per tre stagioni ha biasimato. Come il suo René evidentemente non crede più nel cinema, sinonimo di impegno e di incomprensibilità, come il personaggio che ha dato corpo alla sua voce si è adattato alle richieste della produzione e del pubblico, avanzando con la sua filosofia di ‘vivere alla giornata’ e di ‘cavarsela’ sempre e nonostante. Vittorio, il fratello cialtrone del mite Fedele a cui insegna i rudimenti dell’arte di arrangiarsi e dispensa consigli su come ingraziarsi i locali, sembra il compimento ideale del suo regista fallito. Un regista che molto spesso però si vergognava “della monnezza fatta”…

 

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